Lattanzio Gambara

Judah and Tamar

Artist
Lattanzio Gambara
( Brescia, 1530 1574 )

Details
Olio su tela : 132 x 175 cm

Exposition
Milano, Palazzo Reale, “Il Cinquecento Lombardo. Da Leonardo a Caravaggio” 2000-2001 ; Brescia, “Gente di Lombardia. Dipinti dal XVI al XVIII secolo”, 2009.

Literature
Francesco Barocelli, “Il Cinquecento Lombardo. Da Leonardo a Caravaggio”, catalogo della mostra, Milano Palazzo Reale, 2000-2001, pp.306-307, illus. a colori. Marco Tanzi, “Gente di Lombardia. Dipinti dal XVI al XVIII secolo”, catalogo della mostra, Brescia 2009, pp.36-38, illus. a colori p. 37.

Il soggetto del dipinto è stato dubitativamente indicato nell’episodio biblico (Genesi 38, 12-30) dell’incontro fra Giuda e Tamar, piuttosto raro dal punto di vista iconografico, ed a mio avviso non pertinente in quanto non si riscontrano elementi coincidenti con il racconto della Genesi. Mi sembra piuttosto che nella tela sia da riconoscere l’incontro fra Numa Pompilio, re di Roma e la Ninfa Egeria ; inoltre, una volta considerate le dimensioni ed il possibile soggetto, non escludo che il dipinto possa avere rappresentato un elemento di una serie più ampia dedicata ad episodi relativi alla storia di Roma.

I modi evidenziati rimandano invece in maniera inequivocabile alla scuola bresciana del Cinquecento, con una forte connotazione morettesca non immune da suggestioni dal Savoldo (queste ultime palesate soprattutto nell’immagine del re). L’evidenza stilistica e l’elevato grado qualitativo segnalano con certezza l’autografia di Lattanzio Gambara, il più importante pittore del manierismo a Brescia (per un riesame bio-bibliografico si veda Lattanzio Gambara nel Duomo di Parma, a cura di M. Tanzi, Torino 1991), la cui produzione figurativa viene a tracciare un significativo ponte tra i centri di Cremona, Brescia, Mantova e Verona, una sorta di quadrilatero particolarmente fervido di proposte per gli sviluppi della “maniera” nella Valle Padana.

La tela in esame sembra appartenere al momento maturo dell’artista, quando Lattanzio, abbandonate le giovanili frequentazioni romaniniane (non dimentichiamo che l’artista sposa la figlia di Romanino, Margherita) e la suggestione derivata dall’apprendistato cremonese presso I Campi, si trova a riflettere con rinnovata attenzione sull’ultima fase dell’attività di Alessandro Bonvicino, il Moretto. Ho in mente soprattutto le opere eseguite dal Moretto nel quinto decennio del secolo, come le pale per San Clemente a Brescia o alcune immagini femminili (la Fede di San Pietroburgo, la Salomé della Tosio Martinengo, solo per citarne alcune) nelle quali l’artista propone quei modelli che sembrano in qualche modo riflessi nella figura sulla destra della nostra tela ( cfr. Le riproduzioni in P.V. Begni Redona, Alessandro Bonvicino il Moretto da Brescia, Brescia 1988, pp. 354-356, 430-433, 457-459). Se l’impostazione compositiva, con l’ampio digradare su più piani del paesaggio trova ulteriori precisi riscontri con l’opera del Moretto, anche per il supposto Numa Pompilio, comunque, i confronti con le sue opere più note non sono da meno, solo che mi sembra opportuno ribadire ancora la accurata presa sulla realtà avvertibile nel volto dell’anziano personaggio : un chiaro esemplare del fascino esercitato dalla pittura del Savoldo.

Tornando a Lattanzio Gambara ed al riferimento proposto per il nostro dipinto, gli evidenti richiami con alcune delle sue opere più note, fanno entrare la figura della Ninfa Egeria in un campionario di tipi femminili che trova numerosi paralleli nelle immagini allegoriche e sacre ideate da Lattanzio, dalla dea della salute Igea della collezione Fassati all’Abbondanza affrescata nel palazzo alle Caselle, presso Brescia, dalla Santa Barbara della bella pala in Santa Maria in Silva a Brescia agli affreschi nei palazzi della famiglia Maggi a Cadignano – eseguiti a stretto contatto di gomito con Giulio ed Antonio Campi – ed a Corzano. Ci si potrebbe dilungare nelle citazioni di figure elegantemente acconciate, di un gusto che incontra paralleli nell’attività del Veronese – con il quale il bresciano fu a contatto nell’impresa di San Benedetto in Polirone (cfr. Tanzi, op. cit., pp. 25-26) – ma basterà ricordare solamente qualche altro esempio, come gli affreschi nel palazzetto di via Gabriele Rosa 39 a Brescia, o quelli più noti nel salone di Palazzo Avogadro, la fantesca in primo piano della Natività ai Santi Faustino e Giovita, le dee affrescate in Palazzo Cimaschi o in Palazzo Calini a Calino (per le riproduzioni di tutte le opere citate rimando al volume di P.V. Begni Redona - G. Vezzoli, Lattanzio Gambara, pittore, Brescia 1978, pp. 52, 70, 98, 106-108, 112-113, 132-133, 142-145, 147, 152-155, 158-172). Come si può arguire da questo ventaglio di citazioni, il Gambara del dipinto in esame è quello più noto e che incontra una straordinaria fortuna all’aprirsi della seconda metà del Cinquecento in Brescia, dove prende il posto del Romanino nelle preferenze della committenza, che gli affida le imprese di maggiore rilievo e lo mette in mostra in maniera tanto evidente da farlo giudicare dal Vasari “il miglior pittore che sia in Brescia”. In questo modo Lattanzio Gambara ottiene una serie di commissioni di particolare prestigio anche extra-moenia, a Venezia, Cremona, Asolo, San Benedetto in Polirone e, soprattutto, a Parma, dove nel 1567 è chiamato ad affrescare la navata e la controfacciata del Duomo, opera grandiosa cui attenderà fino al 1573.

Proprio alla bellissima campionatura di ritratti che si scorgono sugli archi della Cattedrale parmense – capolavori del “genere” in Valle Padana, tra Veronese e Moroni – possiamo rifarci per scoprire analogie di rilievo con l’immagine di re Numa, la cui caratterizzazione tanto puntuale ed acuta esclude l’ipotesi che non si possa trattare di un ritratto. Giova dunque rimandare alle illustrazioni a corredo del volume in precedenza citato (M. Tanzi, op. cit., passim), con una particolare attenzione per i personaggi che accompagnano i vari profeti, sulla parete di sinistra, nella seconda campata, nella quinta e nella sesta ; mentre, sulla parete di destra, nella sesta. Non va poi dimenticato che ulteriori analogie si possono scorgere con I protagonisti delle storie evangelistiche del registro principale, e con i bellissimi monocromi con immagini femminili delle lunette.

Credo tuttavia che Numa Pompilio e la Ninfa Egeria appartenga ad un momento precedente alla grande impresa parmense, probabilmente da collocarsi a cavallo fra il sesto ed il settimo decennio, per i richiami più precisi con le opere di quegli anni, in primo luogo la pala con Santa Barbara in Santa Maria in Silva a Brescia, databile intorno al 1558. Oltre alle già citate affinità fisionomiche, infatti, la nostra tela condivide con la pala bresciana il tono di raffinata eleganza e di sospesa irrealtà e, soprattutto, una serie di precisi riferimenti “morelliani” a partire dall’esecuzione delle mani, dalla resa delle pieghe nell’ampio panneggio, dalla preziosa accuratezza nella definizione dei diademi e dei gioielli.

Marco Tanzi